mascalzoni dalle braghe corte
ginocchia sbucciate come mele
portate sul piatto della merenda
fatevi rallegrare da un tè al limone
l'acido contempla il dolce
re di vivi cuori
palpitante polpa
nel rosso langue
e ascolta
Quando colui che l'universo cinge
dalla volta del tempo sì discende,
che 'l nero d'ogne parte lo dipinge,
il cor, che d'ogni battito s'accende,
torna muto e fermo come sfinge
sotto l'egida del buio che risplende.
Pavidi fummo, e or siam fatti eroi:
ben dovrebb'esser la tua idea più savia,
se stati fossimo anime di buoi.
Come se l'inane sedotto dall'ignavia
alla mercè fosse dei capricci tuoi
quando pigola quel cuore che ci travia.
La luna vinceva l'ego taciturno
che fuggia innanzi, sì che di lontano
conobbi il ruzzolare di Saturno.
Camminavamo sopra un altipiano
eredi d'altri uom che furno,
silenti nell'arrovellarsi invano.
Grande sapienza dà l'arte che lei vide,
tra la luce in cielo e terra nel suo intero,
il creato che la virtù divide.
Divide il falso dallo vero,
dalle coste al mare fino alla pietra livida decide,
e pone l'uomo al centro del mistero.
Non vedo l'ombra sua più che m'ami,
poscia che sciorinò le bianche tende,
e quai convien che, libera!, ancor chiami.
Per il color di neve si comprende
poco se in lei foco d'amor cura,
se bacio o mano spesso non l'accende.
Guardando nello sguardo di se stesso
che l'io nell'altro etternalmente spira
lo primo e inafferrabile riflesso
quanto perduto e gelido si gira
con tant'ordine fé d'essere reciso,
sanza gustar di sé ciò che rimira
lo stagno s'inghiottì tuttol narciso.
do ut des
des id eri
eri te ma
ma sche ra
ra pi do
do ut des
des ti no
no vi tà
ta tti ca
ca lco lo
lo gi co
co mo do
do ut des
Già era dritta in sù la gamba e queta,
per non dir più, e già da noi sen gia
con la licenza del dolce atleta,
quand'un'altra, che dietro a lei venia,
ne fece volger naso a la sua cima
per un confuso suon che fuor n'uscia.
Quiv'era men che notte e men che giorno,
sì che sorriso andava innanzi poco;
ma io se vo' star sveglio qui non dormo,
il viso fatto buon a cattivo gioco,
che, contra te la mia via seguitando,
dirizzati li occhi miei tutti ad un loco
Più non si va, se pria non arde,
anime sante, il gioco:
intrate in esso,
e al vociar di là
non siate sorde
variopinti uccelli con le giacche grigie
masticano il materasso d'aria delle nuvole
passeggere di un vascello animato a soffi
voglio sopravvivere ai colpi dell'indifferenza
aspiro il ferro che leviga la stoffa
e navigo tranquillo sulla manica ammansita
i cani sguinzagliati nel quartiere tornano al padrone
così io sorseggio bevande trasparenti e insapori
pensando alle prossime onde sui capelli rossi
itaca non era prevista nello spazio scenico
neppure drappi che facessero risalire all'incesto
nè a sfide a colpi di mascella asinina
tutto lineare come un mare adriatico preso a molo
evanescente allo scadere delle tue domande retoriche
all'alba, tra squilli di tosse e morsi del cuscino
perchè il gioco ha una parola che gira in tondo
un disco cantilena che preme sulla schiena dura
un sordo e sacrilego incoraggiamento
all'intuizione pura dell'individuazione dell'io
un dito puntato al cuore di entrambi gli occhi
nel guardarti sempre troppo da lontano
d'estate ogni manica sembra più corta
ma nessuno ha deciso di piegare il tempo
per stiparlo in un ripiano profumato
se spalanchi le finestre della camera
tra la polvere spogli le fotografie
e cambi gli obiettivi
certi eventi soffiano caldi sul collo
e trascinano i bagagli senza viaggiatore
verso il senso ultimo del volere
incidi e vinci la sfida corrugata
e assimila il cromo circostante
attimi di disagio fanno cicatrici
che ora sfiori con fierezza
bruciano le caldaie in fumo
battiti sul petto il cuore
col pugno infetto di mosche
nella notte d'afa bulimica
caschi d'oro, massicci e leggeri
piombi alle caviglie di una donna
la dea infranta della plastica
l'unica superstite del sabato
a pascolare tra l'ago e il lago
lo stagno irsuto d'argento
con mercurio che irrora le vene
sabotando ogni altro esperimento
un piacere ancora oggi sadico
per le fasi alterne della luna
e le sculture di acido lattico
immobilizzate nel vento.
madre
ma- donna -dre
ma- don- ragazza -na -dre
ma- don- ra- bimba -gazza -na -dre
pelle di stivali
premuta a forza
nell'anima.
nel carnevale delle intemperie
dopo la beffa arriva il danno
con il sorriso stampato in serie
ecco che affiorano all'orizzonte
i rubicondi giani bifronte
i giocolieri dell'inganno
le tonde teste monde e laccate
guance artefatte da accarezzare
le bocche fragole tinte e truccate
di una mitezza senza rancore
nella tristezza e nel livore
di questo tempo da cancellare
senza più inchini a disposizione
resta soltanto l'indecenza
la faccia tosta in immersione
nella palude dell'ovvietà
a fare il pari con la pietà
per ogni scrupolo di coscienza
l'azione purpurea
è dinamica tra due
una freccia di legno sottile
che per gioco fa male
toglila o lasciami
da ora
fino alla prossima nostalgia
prestare il fianco
-squilla il telefono
a uno sganassone
-pronto per partire
nella mano
-ricevi doni
un pugno di sorrisi
-scartati a sorte
in piena faccia
-la sorpresa
di febbre e di rabbia
composta e silicata
la gola da sola
immobile che s'abbia
a dire una parola
complicata
teleo
gettamo l'isca
entrospi laterante
escante di profferta
omericon a perdurango
lì sola dick nostro
cecilia cecula
giovini bovi, uomino e tauri
caracollant sè
l'isca o l'isse
lieta qua t'è l'imago
tutto ebbe nefanti
liuti e lieti fini.
comunione e contrizione
il giaciglio dell'anima
una bocca di leone semiaperta
con le ombre cinesi della pubblica opinione
sul davanzale della mente
ad attirare i sommi capi indiani
in un rispettoso e quantomai vigile silenzio.
soffocare e curare
la cura è il respiro
l'apnea è l'attesa
il tempo pensato è apnea
la cura è proiezione
i desideri mi voltano le spalle
o meglio
non hanno volto
mentre di carriarmati invisibili
percepisco il cigolio
una volta era fumare
l'oblio e l'attesa
un soffocare procrastinato
preludio al desiderio
ho mistificato il significato
scambiato nomi e cose
il senso ultimo è
delocalizzare le sovrapposizioni
soffocare e curare
una piccola morte
dà vita all'anima
il tempo spezzettato
è il paradiso del condannato
il desiderio è spostamento
in avanti
ma quel che vedi di schiena
mai vedrai in faccia
avrai l'ardire
di ricordare
un piccolo tratto di strada
la cura è lì
insieme all'illusione
sapere è mai sapere
fermare è soffermarsi
mantelli visti di sfuggita
e dubiti del grigio
io dubito
del grigio
mi chiedi, dei miei piedi
in questo inverno affranto
nel manto d'erba siedi
così vicino al fango
se crescono altre piante
su lastre di metallo
di un verdeblu cangiante
che scivola sul giallo
in fila su quel filo
vertigine di tempo
con l'ombra del raggiro
ch'è abisso sotto il mento
in bilico cammini
le teste capovolte
basilico e santini
tra sagome irrisolte
di ombrelli aperti a griglie
vento di ali ai piedi
inarchi le caviglie
non credi a quel che vedi
i piedi nudi e caldi
come isole di pane
si fermano spavaldi
sul suolo che rimane
io non sono geloso
perchè sto in bilico
sui tuoi lineamenti
senza bicicletta
così ho capito
l'importanza del naso
dalle narici capisci
che niente ci è negato
e sul dorso del naso
si può camminare
sia con le dita
che con la memoria
il blu rovesciato come un calzino
nella neve
la luce stringe le pupille
e l'iride è nel sole
tira la tenda
è il nuovo anno
sulla pietra il piede
risolve la faccenda
figlia mia
anche tu come me
nasci tutti i giorni
sotto un cavolo di natale
addobbato a dovere
e pronto per il caminetto
la nostra culla
è una civiltà di infrasuoni
e ultrasuoni
di onde invisibili
che ci trapassano
come fossimo burattini
nel teatro colorato
che fa da cornice
al grigio del tempo
uova di pasqua addormentate
rigate sul guscio come macchine da rally
con il numero in bell'evidenza
cerchiato di nero, nei momenti belli
queste uova aspettano un nuovo passeggero
sotto la luna piena
un uovo passeggero
che si rasserena
il consiglio che si riunirà la prossima settimana
porterà una ventata di ottimismo
sotto la luna è passata la buriana
e l'ombra del cinismo
uova da girare tra le dita
o dentro un nido
da rimirare con gli occhi di bambino
anch'io dentro la cella rido
me ne sto accovacciato
con le ginocchia in bocca
sembrano uova tonde e opache
con la pelle d'albicocca
uova di coccodrillo
finte come le lacrime
dentro grotte di cera
umide
la sera siamo soli
splendiamo tra le tigri
e dipingiamo le uova
nei momenti pigri
cancellate di righe nere
uova piegate alla strada
nera e fitta di misteri
nella notte che si dirada
e rigirarsi ancora tra coperte
che lasciano il tepore nell'alcova
mentre la sfinge cieca si addormenta
mentre cova
il motore umano
di un lamarasoio in due tempi
la barba a fil di spada
e la corda mai tagliata:
impicchiamoci allo specchio!
proprio mentre gli occhi lì
penetravano nel vetro e verso l'altro
allo scorrere di acque tiepide
sull'opaco lavandino
tra schizzi di noia
e gioiosi spruzzi di sapone liquido
verificammo i nostri corpi
nudi tra i peli
e le piastrelle
a misurare la voce
nel riverbero naturale del vapore
poi nello spiraglio insipido
di quella domenica mattina
contammo le gocce
sotto la doccia
io saprei
io potrei
io dissi
l'allora e il fosse
per me
un consiglio
tra uno sbadiglio
e un cenno d'assenso
allo specchio
l'osso del pube
l'acido tra le righe
e sul palmo della mano
acciughe
ridi
rido
salve sono io
ancora io
slaccio
e giaccio
lasciami
ti lascio
ti lascio me
di allora
di gomiti a gomito
avviene sempre
e si ripete
nel laghetto artificiale
della mente