incidi e vinci la sfida corrugata
e assimila il cromo circostante
attimi di disagio fanno cicatrici
che ora sfiori con fierezza
bruciano le caldaie in fumo
battiti sul petto il cuore
col pugno infetto di mosche
nella notte d'afa bulimica
caschi d'oro, massicci e leggeri
piombi alle caviglie di una donna
la dea infranta della plastica
l'unica superstite del sabato
a pascolare tra l'ago e il lago
lo stagno irsuto d'argento
con mercurio che irrora le vene
sabotando ogni altro esperimento
un piacere ancora oggi sadico
per le fasi alterne della luna
e le sculture di acido lattico
immobilizzate nel vento.
madre
ma- donna -dre
ma- don- ragazza -na -dre
ma- don- ra- bimba -gazza -na -dre
pelle di stivali
premuta a forza
nell'anima.
nel carnevale delle intemperie
dopo la beffa arriva il danno
con il sorriso stampato in serie
ecco che affiorano all'orizzonte
i rubicondi giani bifronte
i giocolieri dell'inganno
le tonde teste monde e laccate
guance artefatte da accarezzare
le bocche fragole tinte e truccate
di una mitezza senza rancore
nella tristezza e nel livore
di questo tempo da cancellare
senza più inchini a disposizione
resta soltanto l'indecenza
la faccia tosta in immersione
nella palude dell'ovvietà
a fare il pari con la pietà
per ogni scrupolo di coscienza
l'azione purpurea
è dinamica tra due
una freccia di legno sottile
che per gioco fa male
toglila o lasciami
da ora
fino alla prossima nostalgia
prestare il fianco
-squilla il telefono
a uno sganassone
-pronto per partire
nella mano
-ricevi doni
un pugno di sorrisi
-scartati a sorte
in piena faccia
-la sorpresa
di febbre e di rabbia
composta e silicata
la gola da sola
immobile che s'abbia
a dire una parola
complicata
teleo
gettamo l'isca
entrospi laterante
escante di profferta
omericon a perdurango
lì sola dick nostro
cecilia cecula
giovini bovi, uomino e tauri
caracollant sè
l'isca o l'isse
lieta qua t'è l'imago
tutto ebbe nefanti
liuti e lieti fini.
comunione e contrizione
il giaciglio dell'anima
una bocca di leone semiaperta
con le ombre cinesi della pubblica opinione
sul davanzale della mente
ad attirare i sommi capi indiani
in un rispettoso e quantomai vigile silenzio.
soffocare e curare
la cura è il respiro
l'apnea è l'attesa
il tempo pensato è apnea
la cura è proiezione
i desideri mi voltano le spalle
o meglio
non hanno volto
mentre di carriarmati invisibili
percepisco il cigolio
una volta era fumare
l'oblio e l'attesa
un soffocare procrastinato
preludio al desiderio
ho mistificato il significato
scambiato nomi e cose
il senso ultimo è
delocalizzare le sovrapposizioni
soffocare e curare
una piccola morte
dà vita all'anima
il tempo spezzettato
è il paradiso del condannato
il desiderio è spostamento
in avanti
ma quel che vedi di schiena
mai vedrai in faccia
avrai l'ardire
di ricordare
un piccolo tratto di strada
la cura è lì
insieme all'illusione
sapere è mai sapere
fermare è soffermarsi
mantelli visti di sfuggita
e dubiti del grigio
io dubito
del grigio
mi chiedi, dei miei piedi
in questo inverno affranto
nel manto d'erba siedi
così vicino al fango
se crescono altre piante
su lastre di metallo
di un verdeblu cangiante
che scivola sul giallo
in fila su quel filo
vertigine di tempo
con l'ombra del raggiro
ch'è abisso sotto il mento
in bilico cammini
le teste capovolte
basilico e santini
tra sagome irrisolte
di ombrelli aperti a griglie
vento di ali ai piedi
inarchi le caviglie
non credi a quel che vedi
i piedi nudi e caldi
come isole di pane
si fermano spavaldi
sul suolo che rimane
io non sono geloso
perchè sto in bilico
sui tuoi lineamenti
senza bicicletta
così ho capito
l'importanza del naso
dalle narici capisci
che niente ci è negato
e sul dorso del naso
si può camminare
sia con le dita
che con la memoria
il blu rovesciato come un calzino
nella neve
la luce stringe le pupille
e l'iride è nel sole
tira la tenda
è il nuovo anno
sulla pietra il piede
risolve la faccenda
figlia mia
anche tu come me
nasci tutti i giorni
sotto un cavolo di natale
addobbato a dovere
e pronto per il caminetto
la nostra culla
è una civiltà di infrasuoni
e ultrasuoni
di onde invisibili
che ci trapassano
come fossimo burattini
nel teatro colorato
che fa da cornice
al grigio del tempo
uova di pasqua addormentate
rigate sul guscio come macchine da rally
con il numero in bell'evidenza
cerchiato di nero, nei momenti belli
queste uova aspettano un nuovo passeggero
sotto la luna piena
un uovo passeggero
che si rasserena
il consiglio che si riunirà la prossima settimana
porterà una ventata di ottimismo
sotto la luna è passata la buriana
e l'ombra del cinismo
uova da girare tra le dita
o dentro un nido
da rimirare con gli occhi di bambino
anch'io dentro la cella rido
me ne sto accovacciato
con le ginocchia in bocca
sembrano uova tonde e opache
con la pelle d'albicocca
uova di coccodrillo
finte come le lacrime
dentro grotte di cera
umide
la sera siamo soli
splendiamo tra le tigri
e dipingiamo le uova
nei momenti pigri
cancellate di righe nere
uova piegate alla strada
nera e fitta di misteri
nella notte che si dirada
e rigirarsi ancora tra coperte
che lasciano il tepore nell'alcova
mentre la sfinge cieca si addormenta
mentre cova
il motore umano
di un lamarasoio in due tempi
la barba a fil di spada
e la corda mai tagliata:
impicchiamoci allo specchio!
proprio mentre gli occhi lì
penetravano nel vetro e verso l'altro
allo scorrere di acque tiepide
sull'opaco lavandino
tra schizzi di noia
e gioiosi spruzzi di sapone liquido
verificammo i nostri corpi
nudi tra i peli
e le piastrelle
a misurare la voce
nel riverbero naturale del vapore
poi nello spiraglio insipido
di quella domenica mattina
contammo le gocce
sotto la doccia
io saprei
io potrei
io dissi
l'allora e il fosse
per me
un consiglio
tra uno sbadiglio
e un cenno d'assenso
allo specchio
l'osso del pube
l'acido tra le righe
e sul palmo della mano
acciughe
ridi
rido
salve sono io
ancora io
slaccio
e giaccio
lasciami
ti lascio
ti lascio me
di allora
di gomiti a gomito
avviene sempre
e si ripete
nel laghetto artificiale
della mente
buongiorno
sono mike bongiorno
ho tante domande da farvi
la uno la due la tre
ho rischiato la vita
durante la guerra
e sono stato in cima alle montagne
e su fino al polo nord
se mi sono venduto
non l'ho fatto mai a poco
e ho fatto vendere
prosciutti e prodotti per la casa
ho una famiglia allegra
e una grande carriera alle spalle
ho tante cose da chiedervi
e nulla (più) da chiedere a me stesso
a long island
nell'aria beige
del silenzio languido
l'ugola selvaggia
sotto una fila di nasi
messi a tacere
come cartilagini nere
sulla spiaggia
abbiamo tempo
zanne tra i denti
denti tra le mani
elmi da lottarori
di lidi lontani
avvenuta la guarigione
stesa la lisca al sole
la pallida luce
di una carezza sfianca
più di una corsa
con i piedi di spugna
sul bagnasciuga
insegue le parole
la parola smottamento
e frana
egli frana
presente a se stesso
ed è indicativo
della caducità
riprende il filo
del discorso
di ogni lingua
dalla parola
saliva
saliva in cima
imperfetto nella testa
giacendo poi gerunDio
come ovatta
bianca e pura
dedurre non è facile
il condizionale
a scuola
avrebbe l'obbligo
di ricominciare.
grani di gerani
pugni e pugnali
coltri di coleotteri
chi ama chiamano
voci voraci
fame di fiamme
tracci gli stracci
tra i tralicci
l'eco è uno spreco
è volo frivolo
un salto esalato
cauta la caduta.
la polvere sulla giacca di pelle
e io sposo l'accusa mossa
dai riflessi opachi sui capelli
la sabbia sugli stivali usati
e io sposo la causa del rettile
steso al sole sulla schiena
il gatto sulla spalla di lana
e io sposo il quarto di luna
baciato a rima dietro le quinte
sposo l'infanzia persa e l'innocenza
abusata e l'indaco degli arcobaleni
tra i veleni e i profumi
recito mnemomalie sulle sopracciglia avvinte
i numeri binari
si allungano quando ti approssimi
al limite infinito del lì davanti
zero uno zero zero uno
una palizzata zebrata
pali appuntiti piantati in fila
un pettine seppellito per metà
che scopre denti agli orizzonti
serenamente coricati
e al margine dell'io
mezzo uovo sodo
giallo bianco bianco giallo
il tondo si inerpica su se stesso
gira e rotola tra le gengive
del suddetto pettine
suona un pianoforte di denti
zebrati e digitali
al margine della notte.
piè di pagina d'avorio
leggo e me li lego al dito
del piè...
(e si ricomincia da capo)
a sei anni dal disastro
crebbe la consapevolezza
e il cinismo
ora pensavi all'accaduto
con lo stesso distacco
dell'adulto di fronte
a un film di disney
nel piccolo cosmo quotidiano
voci di raffazzonata speranza
piegano il tempo
"nessuna morte può salvarci
se l'ago punge lo stomaco
e torna utile l'innocenza"
i deliri marcati a sangue
giovano all'infantile dubbio
tra bene e male rovesciati
istantanee in movimento
d'approvazione e privazioni
nell'imbuto del silenzio
eravamo stanchi
accolti da fuochi sordi
sulla via del pane
per riaccendere l'Uno
sul tappeto nudo
di un pasto sacrificale
attingere alle viscere
è percorso iniziatico
allo svelamento
sul vassoio d'argento
per le future nozze
con l'umanità ricostituita
possono essere macerie
anche i resti di una cena
specie se indigesta
allora appoggi il tovagliolo
sporco e scompigliato
tra le posate spettinate
bisogna aspettare domani
o chissà quando
per rifarsi la bocca
i lividi sui piedi
sono passaggi a livello
a ricordare le bandierine
sul dorso del tonno
salti di quinta validi
per musiche tonali
piedi messi in fila
sugli scivolosi sci
orizzontali e paralleli
lungo l'asse del sonno
oppure treni ruvidi
sulle braccia conserte
e dita intrecciate ovunque
sotto le coperte
volano sui vetri le luci
sembrano bambini seduti
il blu colorato là dietro
è cielo riflesso da un vetro
il vortice e lo scarabocchio
di scritte vibranti nell'occhio
le scie dei bambini e le insegne
nel giorno che piano si spegne
è sensibilità senza limiti
in un matrimonio malsano
con l'immaginazione
è proiezione di amore non corrisposto
su fantasmi del passato
di cui si desidera almeno la presenza
è gioco infantile che sfugge dalle mani
in pasto alle belve mai estinte
della solitudine
raggi
di ruota
scaldano
la pelle
di gomma.